Kitchen di Banana Yoshimoto

Kitchen mi ha rubato il cuore: racconta una storia malinconica e delicata senza mai scadere nel banale e, siccome è cosa rara, lo devono amare tutti.

Sono perfettamente consapevole del fatto che i Lettori occidentali  potrebbero trovarlo troppo semplice e poco credibile e, proprio per risolvere questo gigantesco problema, propongo a tali Lettori un espediente: si devono immaginare un altro universo, una dimensione parallela o un piccolo pianeta simile al nostro.

Ecco, sì.

Una sorta di PianetaKitchen, regolato da principi simili a quelli che regolano il PianetaDiNoiAltri, ma non del tutto coincidenti.

 Kitchen è un romanzo breve - circa un centinaio di pagine – comprensivo di due parti: Kitchen e Plenilunio (o Kitchen 2).

Tre sono i personaggi da tenere a mente: Mikage, Yuichi e Eriko.

Mikage, dopo aver perso anche la nonna ed essere rimasta sola al mondo, viene invitata da Yuichi Tanabe a stare a casa sua per un po' di tempo. Yuichi “lavorava part-time dal fioraio da cui la nonna si serviva. Molte volte le avevo sentito dire 'Sai c'è un ragazzo molto caro… si chiama Tanabe… anche oggi è stato lui a servirmi'...”. Qui Mikage incontra Eriko: "Quella era una mamma? Ero allibita e non riuscivo a staccarle gli occhi da lei. I capelli lucidi che le arrivavano alle spalle, la luce profonda degli occhi a mandorla, la forma perfetta delle labbra, il profilo deciso e la luminosità vibrante della forza vitale che si irradiava da tutto il suo essere… non sembrava umana..." per poi venire a scoprire che Eriko non era esattamente una madre: "Un uomo lei? Con quelle dita affusolate, quei gesti, quel portamento?"

In questa prima parte si racconta di come Mikage sia riuscita a crearsi una nuova famiglia dal nulla, mentre in Plenilunio le parti si invertono: non è più Mikage a dover affrontare la solitudine e il dolore e, stavolta, sarà lei a prestare aiuto a chi ne avrà bisogno.

Dunque, ragazze che si fanno ospitare a casa di sconosciuti, madri che in realtà sono padri, amori del tutto platonici... siamo su un altro pianeta, non dimenticatelo! E ciò che è perfettamente sensato su un pianeta potrebbe non esserlo su un altro: sulla Terra è la gravità più forte che ci permette di rimanere ancorati al suolo, mentre su Marte potremmo fare balzi di qualche metro, e così le leggi che valgono sul PianetaKitchen possono non valere sul PianetaDiNoiAltri.

Per entrare più nel dettaglio, i principi su cui il romanzo si basa e che lo rendono a suo modo logico e credibile sono gli stessi del fumetto giapponese per ragazze.

Giorgio Amitrano, nella postfazione di Kitchen fa riferimento allo shojo manga, il fumetto per ragazze più giovani, citando il manga di Riyoko Ikeda, La rosa di Versailles (conosciuto in Italia come Lady Oscar) per spiegare come in Kitchen la situazione di Eriko sia perfettamente plausibile. Infatti nello shojo “l'esagerazione, lo squilibrio a favore del sentimento, non mettono in crisi la verosimiglianza, anzi diventano un elemento di coesione del tessuto narrativo”.

Che significa?

Significa che nello shojo (o shoujo) è perfettamente normale che una ragazza venga ospitata per mesi a casa di una persona vista mezza volta, che un padre diventi una madre bellissima, che per anni una relazione uomo-donna si limiti a semplici sguardi, cose non dette e sogni condivisi. Ovviamente è impossibile sul PianetaDiNoiAltri, però leggere qualcosa di simile non può certo far male: io lo trovo romantico e nei fumetti, nei romanzi, nei drama e nei film orientali accadono spesso fatti molto simili. Basta leggerne/guardarne un paio e ci si fa presto l'abitudine.

 

Personalmente più che agli shojo - in genere abbastanza spensierati e con protagoniste ragazze in età scolare - a me Kitchen ha fatto pensare a fumetti più maturi come i manga shonen di Seo Kouji (A town where you live, Half & Half) nei quali si fa riferimento agli stessi temi trattati dalla Yoshimoto (la solitudine, la perdita di una persona cara, la famiglia). Oppure agli josei, manga rivolti a un pubblico femminile più adulto: gli esempi più noti sono le opere di Ai Yazawa (Nana, I cortili del cuore, Paradise kiss).

Qualcosa di originale nel romanzo sta nel modo in cui viene vista e utilizzata la cucina. L'esordio - "Non c'è posto al mondo che non ami di più della cucina" - rende l'idea di quanto Mikage adori questa particolare stanza, tanto da decidere di accettare l'ospitalità di Yuichi solo dopo aver ispezionato la sua, perché una cucina dice molto della casa e dei gusti dei suoi abitanti. "Giravo e osservavo tutto, approvando. Era una buona cucina. Me ne ero innamorata a prima vista". È la stanza più vissuta, quella che bisogna pulire più spesso e in cui la famiglia si ritrova per stare insieme: è un ulteriore espediente per far capire al lettore quali siano i desideri di Mikage. E così anche il cibo diventa un collante per la nuova unità familiare: Yuichi ed Eriko sono felici della bravura di Mikage, Mikage conosce i loro gusti e cucina i loro piatti preferiti, Mikage fa capire i suoi sentimenti a Yuichi portandogli un impeccabile katsudon (piatto a base di riso, carne e uova). Il cibo consola e unisce.

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